Il gran rifiuto

Inferno – Canto III

Il gran rifiuto

Stefano Bartezzaghi

Il canto III dell’Inferno vede Dante e Virgilio incontrare la prima schiera dei dannati, quella degli ignavi, coloro cioè che per vigliaccheria decisero in vita di non schierarsi per nessuna parte, per nessuna causa, non scelsero alcuna ideologia; e fra questi il poeta sembra riconoscere lo spirito di colui che per viltade fece il gran rifiuto, ma non si degna neppure di nominarlo.

Come sappiamo è controversa la questione che riguarda l’identità di questo personaggio: per secoli si è pensato che fosse papa Celestino V e probabilmente questa è la verità, anche se molti interpreti del poema dantesco hanno ipotizzato nel tempo potesse trattarsi di Ponzio Pilato o Esau.

Tuttavia ciò che interessa approfondire in questa sede è il tema della rinuncia, dell’abdicazione del proprio ruolo, dell’abbandono di un compito prefissato in ragione di un sentimento di inadeguatezza. E probabilmente il papa Celestino V, eletto contro la sua volontà al soglio pontificio, forse per alte (dal punto di vista politico) e a lui estranee considerazioni, abdicò, per incapacità, per inadeguatezza o forse come forma di protesta contro un modo di vivere la religione e la fede che lui non approvava. Ma Dante è durissimo nel giudicarlo, lui uomo di parte di fronte ad un individuo che sembra non scegliere alcuna parte. 

Ma oggi come viviamo e come valutiamo un tale atteggiamento? Saremmo anche noi altrettanto critici di fronte ad un Celestino V del XXI secolo? Nell’articolo che segue il suo autore, proprio a partire dall’esempio dantesco, prova ad affrontare l’argomento, proponendo numerosi esempi di rinuncia, tratti da opere letterarie, cinematografiche, da biografie di celebri personaggi del passato e dei tempi moderni. E come vediamo appare difficile essere severi almeno quanto lo è stato Dante col suo papa “vile”, anche perché talvolta la rinuncia in quanto inadeguatezza può configurarsi come coscienza della propria limitatezza, come umile consapevolezza della propria semplice umanità.

Gli anni ruggenti sembrano davvero passati per tutti, se dal vecchio cinema di denuncia si è arrivati a quello attuale, di rinuncia. Sì, perché dal Discorso del Re di Tom Hooper ad Habemus Papam di Nanni Moretti, una funzione narrativa che appare attraente e significativa a sceneggiatori e autori in genere pare appunto quella dell’abdicazione, della proclamazione della propria inadeguatezza.

Il suo obiettivo polemico, Alberto Sordi, ha raccontato molti «Vorrei, ma non posso»; Nanni Moretti sembra attratto particolarmente dai «Potrei, ma non voglio»: le fughe di Ecce Bombo e Sogni d’ oro, la diserzione sentimentale di Bianca, la missione di La messa è finita!, le amnesie di Palombella Rossa, sino alla panchina di Caos Calmo. «Non posso farcela», dice un tormentone multiuso.

Dev’essere una scaramanzia, perché poi, nella società italiana, i pochi che hanno davvero dato le dimissioni se ne sono sempre pentiti con grande velocità: l’atto di demordere, mollare l’osso di un privilegio già acquisito, ha un fascino, per noi, pressoché esotico.

E non da oggi, certo no, se alla soglia d’ingresso del suo Inferno (che è anche la soglia della nostra tradizione letteraria e della nostra stessa lingua), padre Dante mise (subito cazziandolo) «Colui che fece per viltade il gran rifiuto». Non fece nomi, ma tutti capirono che doveva trattarsi di Celestino V, il piissimo eremita eletto papa nell’estate del 1294 e già tornato alla sua vita solitaria prima del Natale.

Dopo di lui, una variopinta Compagnia di Celestini si sarebbe ispirata al suo gesto; variopinta soprattutto nell’ineffabilità delle sue motivazioni ultime. Dall’imprinting dantesco alla ripresa che ne avrebbe fatto Francesco De Gregori (si dice a proposito di Walter Veltroni: «Vai in Africa, Celestino!») la rinuncia ci mostra sempre la sua enigmatica ambiguità strutturale, fra il nobile e l’ignobile; il «Domine non sum dignus» e l’«Avrei preferenza di no»; fra l’alto delle motivazioni ideali e il basso di quelle di comodo.

 «Rinuncia!» ordina una guardia ghignante al protagonista di un raccontino-incubo di Franz Kafka: una simile istanza pare ispirare oggi l’uno, oggi l’altro. Re tentennanti, imperatori sconfitti, da Romolo Augustolo a Vittorio Emanuele III, passando per Diocleziano, Cristina di Svezia e Napoleone, hanno rinunciato al trono in cambio della vita, dell’onore, a volte anche dell’amore. L’affamato Esaù a onori e oneri della primogenitura preferì un piatto di lenticchie arrivato al momento giusto.

Avendo una forte pregnanza simbolica, la rinuncia lascia poi a ognuno il compito di interpretarla. È una rinuncia il «Sannyasa», lo stadio della vita in cui per gli induisti viene il momento di lasciare ogni bene materiale. Diversa, diversissima è la «triste rinuncia» dell’omonima canzone di Francesco Guccini: «Non dare più la colpa al mondo o a lei per la rinuncia triste a quello che non sei».

Ma nessuno potrà mai stabilire con certezza il tasso spirituale, esistenziale, materiale di una rinuncia, e con ciò il suo carattere più o meno disinteressato e nobile. Perché Jean-Paul Sartre chiese nel 1964 di non ricevere il Premio Nobel, e dopo averlo invece ottenuto, non volle ritirarlo? Disse: «Voglio essere letto come scrittore e non come istituzione». Ma molti sono convinti che era per protesta anticapitalista, o perché non voleva i soldi derivanti dall’invenzione della dinamite. Perché, no? In fondo questa è una domanda che non lascia mai certi di alcuna risposta.

Il popolo degli astensionisti è la croce dei sondaggisti e degli analisti. Esaù: era un fesso? Pilato: era un vile? Cincinnato: era un furbo? La Compagnia dei Celestini è un puzzle per moralisti. Prendiamo quelli la cui rinuncia ha riguardato gli onori mondani: Greta Garbo e William Hearst, David Salinger e Thomas Pynchon, Mina e Battisti. Sono persone che hanno avuto in grado massimo quello che più sembra desiderabile al nostro mondo (la «visibilità») e ne hanno fatto a meno. 

Ma davvero Leonardo Di Caprio ha rifiutato di interpretare la parte di James Dean perché si sentiva inadeguato? E l’ultimo Marlon Brando recitava poco perché si era ritirato o perché costava troppo e nessuno lo chiamava? Tra gli spettri che si agitano dietro l’indecifrabile lenzuolo della rinuncia c’è infatti anche quello del Viale del Tramonto: dove il gran rifiuto e il gran dispetto non si sa più tanto bene di chi sia, tra il soggetto e il mondo. Perché Mario Cuomo non ha mai partecipato alle presidenziali Usa? Coscienza dei limiti della propria popolarità o scheletri nell’armadio? Del suo essersi negato, oltretutto, si sa.

Ma di una quantità di altri personaggi si è solo mormorato e ci si può solo immaginare la vastità della schiera di coloro di cui neppure si sospetta. Candidature sorte e immediatamente inabissate, come idee mattutine confuse nel materiale onirico e cancellate già nel dormiveglia; intenzioni abortite; approcci sfortunati; profferte respinte con decisione.

La più perfetta rinuncia è infatti di natura silente e resterà incognita per sempre. E allora chissà quante persone sono state interpellate invano, solo negli ultimi anni, per candidarsi a sindaco di Roma o Milano, a ministro, a presidente della Rai. Soltanto ora, in un’intervista all’ultimo Tuttolibri, Stefano Rodotà ha rivelato che quando gli propose per conto del Pds il Quirinale, Norberto Bobbio respinse onore e lusinga: «So bene quello che so fare. Sicuramente non saprei fare il Presidente della Repubblica. Non vorrei sporcare la mia vita».

C’è chi dice no, si risponde con altra canzone e altro film; e più non dimandar, si rincara con Dante. Persino il dietrologo prima o poi deve allora arrendersi, di fronte al nucleo enigmatico della desistenza. Umiltà, calcolo, disgusto, malattia, paranoia, viltà: si può ascoltare chi parla, interpretare chi tace è assai più dubbio. «Boia chi molla!» e «Resistere, resistere, resistere!» sono le due facce simmetriche di una bellicosa mitologia bipartisan. Chiediamo a qualcuno di non rinunciare: gli stiamo chiedendo di saper vincere l’avversario o i propri dubbi?

E alla fine De Gregori sarà stato contento del fatto che in Africa Celestino non è andato più? Aggiungere un segno meno a un mondo di segni più: da questo punto di vista la Compagnia dei Celestini va solo encomiata. Senza infine contare che (lo diceva un saggio rugbista) chi vince non sa cosa si perde.

Adattamento da Stefano Bartezzaghi
(la Repubblica, 18 aprile 2011)
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