Dante e le donne, la Commedia poema femminista?

Inferno – Canto V

Dante e le donne: la Commedia poema femminista?

Teodolinda Barolini

Il canto V dell’Inferno è dominato dalle figure di Paolo e Francesca, ma soprattutto da quella di Francesca. Occorre chiedersi come mai dopo tanti secoli e tanta letteratura risuonano ancora così potenti i versi che cantano l’amore impossibile di Francesca.

E occorre chiedersi perché Dante abbia scelto per evocare la passione amorosa che procede oltre la morte e diventa eterna anche tra le pene dell’Inferno, un personaggio che non era certo tra quelli più noti al suo tempo, una figura esistita veramente ma non celebre come lo saranno in altri canti re e regine, poeti e imperatori, papi e santi. Perché attribuisce così tanta importanza ad una figura femminile, forse più comune, colta nel momento di una violenza certo subita all’interno della sua cerchia familiare e che comunque desidera affermare la libertà di amare anche se questa non le era concessa.

Come sai, soltanto nel secolo appena trascorso, nel ’900, le donne sono riuscite a conquistare una maggiore dignità individuale e sociale che ha permesso loro di operare senza limiti imposti da leggi scritte e non scritte. Anche se il percorso da compiere è ancora lungo e tortuoso. Come scrive l’autrice dell’articolo che segue, Dante è uno dei primi poeti a riconoscere nella donna, in ogni donna (come Francesca), il diritto di agire e rifiutare le imposizioni create da un sistema sociale che dava all’uomo l’assoluto potere di decisione. E la storia purtroppo racconta nei secoli le continue vessazioni e violenze che l’universo femminile ha dovuto sopportare. Un poema femminista dunque? A questa provocazione risponde il testo che segue.

L’interrogativo che mi si è presentato, l’interrogativo che mi ha offerto gli strumenti per superare l’approccio «donne nella Divina Commedia» per arrivare alle tematiche di genere in Dante, è stato il seguente: come si spiega l’evoluzione di Dante da poeta cortese al poeta della Divina Commedia, la sua trasformazione cioè in un poeta che attribuisce una capacità di agire moralmente a tutti gli esseri umani, donne incluse? In altre parole, come si spiega la trasformazione di Dante in quel poeta che diede a Francesca da Rimini, dimenticata dai cronachisti contemporanei, una voce e un nome, anzi il solo nome storico contemporaneo presente nel V canto dell’Inferno?

La risposta sta nella poesia morale matura di Dante, che scriveva dopo il suo periodo stilnovista e prima della Divina Commedia. C’è una divergenza marcata tra il narcisismo della tradizione cortese e le canzoni didattiche indirizzate alle donne da Guittone d’Arezzo e da Dante, caratterizzate da un’impronta utilitaristica: si trattava di letteratura pensata per essere usata dalle donne, che attraverso di essa si istruivano e apprendevano.

Questi testi, proprio in virtù del loro programma moralistico, e perfino paternalistico, dimostrano la necessità di comunicare con le donne, di trattarli come soggetti agenti che possono, e anzi devono imparare, pena la morte eterna («Oh cotal donna pera», scrive Dante nella canzone Doglia mi reca), non oggetti da desiderare ma soggetti che desiderano, spesso in modo sbagliato.

Quando Dante parla del «vil vostro disire» alle donne a cui fa la predica in Doglia mi reca, compie un passo importante, da una poetica che prende in considerazione solo i desideri degli uomini a una che prende in considerazione i desideri delle donne, assegnando loro, di conseguenza, la funzione di soggetti agenti.

Il filone progressista della letteratura italiana degli albori non era quello delle meravigliose poesie cortesi e platonizzanti per cui va famosa, ma quello delle opere didattiche e moralizzanti che trattano le donne come agenti morali.

Il poema didattico di Guittone sulla castità femminile, Altra fiata aggio già, donne, parlato, fornisce un primo esempio di un paradigma che Dante adotterà in una canzone morale quale Doglia mi reca, dove la moralità paternalistica sconfigge la cortesia e accresce ironicamente lo status delle donne concependole come agenti morali; Guittone, ad esempio, raccomanda la castità assoluta ma riconosce, per contro, il diritto della donna a scegliere chi sposare.

Nel saggio Sotto benda: il genere nelle poesie di Dante e Guittone d’Arezzo, analizzo quelle canzoni in cui Guittone e Dante si rivolgono a un pubblico femminile e istruiscono le loro interlocutrici, a cui Dante, in Doglia mi reca, si riferisce con l’espressione «sotto benda», alludendo al capo coperto.

Un punto di riferimento storico contemporaneo lo fornisce il medico e astrologo Cecco d’Ascoli, che nel suo Acerba attacca sprezzantemente la convinzione del sommo poeta che insegnare alle donne sia possibile e dipinge Dante come uno sciocco ingenuo, la cui convinzione che le donne siano in possesso di intelletto equivale a cercare la Vergine Maria nelle strade di Ravenna: «Maria va cercando per Ravenna / chi crede che in donna sia intellecto».

Cecco ci dimostra dunque che il didattismo paternalistico di Dante nei confronti delle donne era preso sul serio e visto come una minaccia da alcuni contemporanei. Dante svolge la funzione di storico documentatore nei confronti di Francesca da Rimini, che era stata ignorata dai cronachisti contemporanei: una cronaca menziona la «donna» di Paolo, mentre un’altra si limita ad annotare che Paolo morì «causa luxuria».

Dante sembra attirato in particolare dai casi di abusi in ambito coniugale e familiare, di donne finite nella rete della costrizione e della volontà. Gli esempi di costrizione forniti da Aristostele nell’Etica – «se si è trascinati da qualche parte da un vento o da uomini che ci tengono in loro potere» (Libro III, capitolo I) – non trovano eco soltanto nel V canto dell’Inferno (i dannati trascinati dal vento), ma anche nell’episodio di Piccarda, nel III canto del Paradiso: Piccarda racconta una storia di «uomini che l’avevano in loro potere», passando poi subito dopo a una lunga meditazione sulla costrizione nella forma più cruda del rapimento e della coercizione fisica.

Nella Divina Commedia sono presenti donne famose, come santa Chiara d’Assisi e l’imperatrice Costanza, ma il testo dedica maggior attenzione a figure di donne che altrimenti sarebbero consegnate all’oblio della storia: la stessa Beatrice Portinari ricade in questa categoria. Chiunque voglia cercare di effettuare una valutazione seria del ruolo di Dante nella storia delle donne deve obbligatoriamente tener conto di questo fatto. 

Adattamento da Teodolinda Barolini 
(la Repubblica, 8 febbraio 2008)

La storia di Francesca o quelle che leggerai più oltre nel poema, di Chiara, di Costanza, sembrano far parte di un mondo che non esiste più e che nessuno dovrebbe più accettare. Purtroppo non è così. Dalle cronache quasi quotidiane si apprendono innumerevoli episodi di violenze terribili che si verificano all’interno delle mura familiari e che hanno per vittime le donne.

Esistono ancora dimensioni sociali, anche nel nostro paese, dove la condizione femminile evoca lo status di quella dominante in epoca medioevale, contemporanea a Dante. Si parla ad esempio di clan criminali dove alle donne è affidato il compito di servire l’uomo, quasi alla stregua di schiave, e dove la libertà di amare non esiste, come per la Francesca di Dante.

In molte nazioni nel mondo poi si riscontra il totale disconoscimento di ogni diritto individuale e sociale per le donne. Prova ad approfondire l’argomento e a raccogliere dati e statistiche in merito. Ti accorgerai che il quadro non è certo roseo e che per raggiungere una autentica liberazione della donna il cammino è ancora molto lungo.

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