Dieci luoghi malsani – VI Ponticello

VI Ponticello argine del fossato della sesta bolgia

canto XXIII, vv. 52-57

Brano n.11 (00:40)

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
sovresso noi; ma non lí era sospetto:

ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’ indi a tutti tolle.

Appena i suoi piedi toccarono il fondo della bolgia, essi (i diavoli)
giunsero sulla sommità dell’argine proprio sul nostro capo [sovresso
noi]; ma non c’era pericolo [sospetto]:

perché l’alta provvidenza di Dio che volle preporli a ministri della
quinta bolgia [fossa], toglie [tolle] a tutti loro la possibilità di uscire di lì. 

Contrario

P.f. a 4 mani – La sua entrata è idealmente prevista dopo il verso 56 del canto XXIII

Il titolo Contrario, assegnato al brano del VI ponticello crollato dopo la morte di Cristo, indica una composizione strutturata su temi contrari e contrastanti, accentuati e confermati dagli ultimi cinque accordi. Sono temi che tendono ad annullarsi dopo la loro esposizione sonora e vorrebbero, quindi, rappresentare il VI ponticello, crollato e frantumato.

VI bolgia

Ipocriti

Dannoso Golgota

Brano n.12 (02:32)

Suoni registrati e suoni elettronici idealmente riferita a canto XXIII, v. 58-canto XXIV, v. 75

Pena e Azioni: i dannati camminano con esasperata lentezza indossando pesanti cappe di piombo dorato. Gli ipocriti religiosi che consigliarono la morte di Cristo, membri del Sinedrio, sono crocifissi in terra e sono calpestati dagli altri ipocriti.

Contrappasso: Le pesanti vesti di piombo dorato simboleggiano il peso della menzogna celata, come di una persona che nasconde qualcosa sotto un’apparenza dorata. I dannati sono crocifissi e calpestati, perché in vita calpestarono la verità.

Suoni utilizzati per la composizione della VI bolgia 

Registrazione, elaborazione e distorsione vocale di una parte del testo dell’Ave Maria; 

Registrazione di ritmi ostinati prodotti da alcuni oggetti percussivi;

Registrazione di suoni prodotti da alcuni strumenti ad arco violino, viola, violoncello con sistemi diversi da quelli tradizionali.

Elementi strutturali della parte elettronica (immagine scenico-sonora)

La scena sonora ideata per la VI bolgia, dal titolo Dannoso Golgota, è riferita agli ipocriti religiosi, coloro che consigliarono la morte di Cristo. Essi sono costretti a cantare un’Ave Maria (elaborata in modo da ottenere suoni “ferrosi”), immersa sotto un’enorme cappa di sonorità cupa e pesante. Il componimento è accompagnato da un ritmo martellante che simboleggia il calpestio da parte dei diavoli sulle loro teste.

Mentre ascolti il brano musicale puoi leggere i versi del Canto XXIII e se lo desideri puoi anche consultare la parafrasi.

Canto XXIII 

Là giù trovammo una gente dipinta 
Che giva intorno assai con lenti passi, 
piangendo e nel sembiante stanca e vinta. 

Elli avean cappe con cappucci bassi
Dinanzi a li occhi, fatte de la taglia 
che in Clugní per li monaci fassi. 

Di fuor dorate son, sí ch’elli abbaglia;
Ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, 
che Federigo le mettea di paglia. 

Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto; 

Ma per lo peso quella gente stanca
Venía sí pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d’anca. 

Canto XXIII 

Laggiù trovammo schiere di dannati colorati artificialmente [dipinti], 
che camminavano [giva] lungo il cerchio [intorno] lentamente,
piangendo e con aspetto triste e stanco. 

Essi vestivano cappe con cappucci abbassati fino a coprire gli occhi,
e di quella stessa foggia [taglia] con cui sono fatte [fassi] quelle dei
monaci di Cluny. 

All’esterno sono tutte dorate tanto da abbagliare la vista; dentro
erano di piombo, e tanto pesanti [gravi], che, al confronto, quelle
che faceva indossare Federico II sarebbero sembrate di paglia [le mettea di paglia]. 

O mantello faticoso per l’eternità! Noi ci volgemmo ancora a
sinistra [a man manca], seguendo il loro cammino, intenti al loro
doloroso lamento; 

ma, per il peso che aveva addosso, quella gente veniva così piano
che noi (camminando normalmente) ad ogni passo [mover d’anca] 
eravamo vicini sempre a nuovi dannati [nuovi di compagnia].

Canto XXIV 

Non era via da vestito di cappa,
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sú montar di chiappa in chiappa. 

E se non fosse che da quel precinto
più che da l’altro era la costa corta, 
non so di lui, ma io sarei ben vinto. 

Ma perché Malebolge inver’ la porta
del bassissimo pozzo tutta pende, 
lo sito di ciascuna valle porta 

che l’una costa surge e l’altra scende; 
noi pur venimmo al fine in su la punta 
onde l’ultima pietra si scoscende. 

[ … ]


Su per lo scoglio prendemmo la via,
ch’era ronchioso, stretto e malagevole, 
ed erto più assai che quel di pria. 

Parlando andava per non parer fievole; 
onde una voce uscì de l’altro fosso, 
a parole formar disconvenevole. 

Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso 
fossi de l’arco già che varca quivi; 
ma chi parlava ad ire parea mosso. 

Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi 
non poteano ire al fondo per lo scuro; 
per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi 

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
ché, com’ i’ odo quinci e non intendo, 
così giù veggio e neente affiguro». 

Canto XXIV 

Quella non era una strada che gli ipocriti, vestiti delle loro pesanti
cappe, avrebbero potuto percorrere, poiché a stento noi, egli
leggero e io spinto da lui, potevamo salire di appiglio in appiglio [di chiappa in chiappa]

e se non fosse stato per il fatto che su quell’argine [precinto] più
che sull’altro il pendio [costa] era breve, non so cosa sarebbe
accaduto a Virgilio, ma io senz’altro sarei stato sopraffatto [vinto] (dalla stanchezza). 

Ma poiché Malebolge pende tutta verso l’apertura [porta] della
parte più bassa [bassissimo] del pozzo, la posizione di ciascuna
bolgia comporta 

che un argine (quello esterno) è più alto [surge] e l’altro (quello
interno) è più basso [scende]: alla fine noi giungemmo sulla sommità
dalla quale l’ultimo masso (del ponte franato) sporge in fuori. 

[ … ]


Prendemmo la via su per l’argine che era pieno di rocce sporgenti 
[ronchioso], stretto e malagevole, e molto più ripido [erto] di quello
precedente. 

Avanzavo parlando per non sembrare piegato dalla fatica
[fievole]; quando una voce uscì dall’altra bolgia a dire parole non
comprensibili [disconvenevole]. 

Non so che cosa disse, sebbene mi trovassi già sulla sommità [sovra
’l dosso] del ponte che qui valica la bolgia: ma colui che parlava
pareva spinto a camminare [ad ire].

Io mi ero voltato in giù, ma i miei occhi, sebbene aguzzi [vivi], non
potevano giungere al fondo della bolgia a causa dell’oscurità, per
cui dissi: «Maestro, fa in modo di arrivare 

all’altro argine [cinghio] e smontiamo da questo muro; perché,
come sento parole ma non ne intendo il significato, così vedo
laggiù ma non riesco a distinguere [affiguro] niente».

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