Dieci luoghi malsani – VII Ponticello

VII Ponticello

canto XXIV, vv. 79-81

Brano n.13 (01:13)

Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta: 

Discendemmo per il ponte da quella estremità [da la testa] in cui
esso si congiunge con l’argine ottavo, e poi la bolgia mi divenne
visibile:

Cristallino

P.f. a 4 mani – La sua entrata è idealmente prevista dopo il verso 81, canto XXIV

Il titolo Cristallino, assegnato al brano del VII ponticello, indica una sonorità limpida, cristallizzata da effetti ritmico-pianistici che richiamano suoni percussivi tipici del vibrafono e xilofono. L’immagine che ne risulta è un campo di suoni scheletrici. 

VII bolgia

Ladri

Ridda delle serpi

Brano n.14 (07:00)

Suoni elettronici e suoni registrati – idealmente riferita a canto XXIV, v. 82-canto XXVI, v. 24

Pena e Azioni: i dannati corrono nudi in mezzo a molti serpenti che legano loro le mani dietro la schiena e li morsicano; talvolta vengono trasformati in serpenti, altre ridotti in cenere. 

Contrappasso: come in vita si servirono dell’astuzia per rubare così ora sono tramutati in serpenti, simboli dell’astuzia. Hanno le mani legate poiché si servirono di esse per rubare.

Suoni utilizzati per la composizione della VII bolgia 

Registrazione di suoni prodotti da alcuni oggetti metallici, plastici e legnosi, sottoposti a forte vibrazione;

registrazione di suoni prodotti da una brace di carbone in fase di spegnimento; registrazione di suoni prodotti da corde di arpa e di zheng; registrazione di suoni prodotti sfregando del terriccio fra le mani; suoni elettronici creati al computer con l’ausilio di software e hardware professionali. 

Elementi strutturali della parte elettronica (immagine scenico-sonora)

La scena sonora ideata per la VII bolgia, dal titolo Ridda delle serpi, presenta suoni di natura serpeggiante che viaggiano veloci. Essi rappresentano i dannati che corrono nudi in mezzo a molti serpenti. La natura ferrosa e aggressiva viene sottolineata da alcune entrate di suoni metallici lungo tutto il componimento. Inoltre, la corsa dei suoni è incessante, senza sosta, a tal punto che porterà allo sfinimento del moto vibratorio. Durante il componimento vi è un canto, simulato da uno strumento sintetico, che rappresenta un ideale Dies Irae, lento e profondo.

Mentre ascolti il brano musicale puoi leggere i versi del Canto XXIV e se lo desideri puoi anche consultare la parafrasi.

Canto XXIV 

e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.

Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,

né tante pestilenzie né sí ree
mostrò già mai con tutta l’Etiopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.

Tra questa cruda e tristissima copia
correan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:

con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.

Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.

Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’ el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;

e poi che fu a terra sí distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.

Canto XXIV 

e vidi là dentro una terribile moltitudine di serpenti e di così
strano genere [mena] che a ricordarli il sangue ancora mi si guasta 
[mi scipa].

Più non si vanti la Libia con il suo deserto [sua rena], poiché se
genera chelidri, iaculi e faree, e cencri con anfisibene,

mai mostrò tanti animali velenosi [pestilenzie] né così nocivi [ree] 
insieme con tutta l’Etiopia, e con la terra (l’Arabia) che è posta
sopra il Mar Rosso.

In mezzo a questa feroce e terribile moltitudine [copia] correvano
schiere nude e atterrite, senza speranza di trovare un buco per
ripararsi [pertugio] o la pietra dell’elitropia:

avevano le mani legate con serpenti dietro la schiena; questi
spingevano la coda e la testa lungo i loro fianchi [le ren], e
facevano un groppo sul davanti.

Ed ecco che contro uno che si trovava dalla parte del nostro
argine, si scagliò un serpente che lo trafisse nel punto in cui il
collo si congiunge [s’annoda] alle spalle.

Non si è mai scritto così velocemente la vocale O oppure la I
come quello prese fuoco [s’accese] e bruciò, e dovette, cadendo,
diventare tutto quanto cenere; 

e poi che fu così disfatto [distrutto] a terra, la cenere si radunò
insieme per virtù propria [per sé stessa], e si trasformò di colpo [di
butto] nel medesimo (dannato) di prima.

Canto XXV

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’ una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;

e un’altra a le braccia, e rilegollo
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?

Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.

El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».

Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.

Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.

Canto XXV

Da allora [da indi in qua] considerai amiche le serpi, perché una
gli si avvolse al collo, come se dicesse «Non voglio che tu parli 
[diche] più»;

e un’altra si avvolse alle braccia e lo legò, ritorcendosi [ribadendo] 
su se stessa davanti, sul ventre, così che il dannato non poteva
più muoversi [dare un crollo] con le braccia.

Ahi Pistoia, Pistoia, perché non decidi [stanzi] di ridurti in cenere
in modo da non esistere più [che più non duri], dal momento che
nel comportarti male superi i tuoi antenati [il seme tuo]?

Per tutti i cerchi oscuri dell’Inferno, non ho mai visto uno spirito
tanto superbo nei confronti di Dio, neppure quello (Capaneo) che
cadde giù dalle mura di Tebe (colpito dal fulmine di Giove).

Egli fuggì, cosicché non disse più parola, e io vidi un centauro
irato avanzare gridando: «Dov’è, dov’è l’empio[l’acerbo]?».

Io credo che l’intera Maremma non abbia tante bisce quante lui
(il centauro) ne aveva sul dorso [su per la groppa] fino là, dove
comincia l’aspetto umano [la nostra labbia].

Sopra le spalle, dietro la nuca [coppa], giaceva un serpente [draco] 
con le ali aperte che infuocava chiunque incontrasse [qualunque
s’intoppa].

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