Dieci luoghi malsani – VIII Ponticello

VIII Ponticello

canto XXVI, vv. 25-30

Brano n.15 (00:49)

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:

Tra i ladri sacrileghi trovai cinque tuoi concittadini, onde io provo vergogna (di appartenere alla loro stessa città) e tu certamente non ne ricavi onore [non ne sali].

Ma se è vero che i sogni che si fanno all’alba [preso al mattin] sono veritieri, fra poco [di qua da picciol tempo] tu scoprirai il male che Prato, nonché altre città, ti augurano [t’agogna].

E se ciò accadesse anche ora, non sarebbe mai troppo presto [per tempo]. Così fosse, dal momento che deve accadere! perché la cosa mi sarà più grave (da sopportare), quanto più vado avanti nell’età.

Noi ci allontanammo (dalla bolgia), e su per la scala che prima ci aveva resi pallidi [n’avea fatto iborni] (per il timore) nello scendere, risalì la mia guida e mi trasse con sé;

e proseguendo per un sentiero solitario, tra gli spuntoni e i massi della roccia il piede non proseguiva [si spedia] senza l’aiuto della mano.

Allora provai dolore, e lo riprovo anche ora quando ricordo [drizzo la mente] ciò che io vidi, e tengo a freno il mio ingegno più di quanto non sia solito,

perché non corra troppo senza che la virtù lo guidi; cosicché se una benigna influenza astrale o cosa più illustre (la Grazia divina) mi hanno donato quel bene, io da solo non me ne privi [nol m’invidi].

Quante (lucciole) il contadino dall’alto del poggio su cui riposa, nel tempo in cui il sole che rischiara il mondo tiene meno a lungo nascosto il suo volto a noi (in estate),

quando la mosca cede il posto alla zanzara, vede nella vallata dove forse egli vendemmia e ara:

Rimembranze

P.f. a 4 mani – La sua entrata è idealmente prevista dopo il verso 30, canto XXVI

Il titolo Rimembranze, assegnato al brano del VIII ponticello indica momenti di riflessione che i protagonisti vivono mentre attraversano l’ottavo ponticello. 

VIII bolgia

Consiglieri fraudolenti

Tormenti in fiamme

Brano n.16 (02:55)

Suoni registrati e suoni elettronici – idealmente riferita canto XXVI, v. 31-canto XXVII, v. 132

Pena e Azioni: i dannati sono tormentati all’interno di fiamme che bruciano eternamente. Ulisse e Diomede sono all’interno di un’unica fiamma a forma di lingua biforcuta. 

Contrappasso: come in vita con i loro consigli provocarono guai ed incendi, adesso sono avvolti da un fuoco eterno a forma di lingua.

Suoni utilizzati per la composizione della VIII bolgia 

Registrazione di suoni prodotti da piccoli, medi e grandi fuochi; registrazione di suoni prodotti con lo scivolamento di oggetti metallici sulle corde di alcuni strumenti musicali; suoni elettronici creati al computer con l’ausilio di software e hardware professionali. 

Elementi strutturali della parte elettronica (immagine scenico-sonora)

La scena sonora ideata per la VIII bolgia, dal titolo Tormenti in fiamme, è costruita attraverso elaborazioni elettroniche di suoni prodotti da vari tipi di fuochi (piccoli, medi e grandi) che richiamano l’immagine dei dannati, consiglieri fraudolenti divorati dalle fiamme. Chiudono questa bolgia fiammelle sonore biforcute che rappresentano i personaggi di Ulisse e Diomede, min. 2:40.

Mentre ascolti il brano musicale puoi leggere i versi del Canto XXVI e se lo desideri puoi anche consultare la parafrasi.

Canto XXVI

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’ esser urto.

E ’l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso».

Canto XXVI

di altrettante luci risplendeva tutta l’ottava bolgia, così come io
vidi quando fui là (sul ponte) da dove appariva [parea] il fondo del
vallone.

E come colui (Eliseo) che si vendicò con gli orsi e che vide il carro
di Elia nel momento in cui si staccava da terra [al dipartire], quando
i cavalli si sollevarono [levorsi] ritti verso il cielo,

così che [che] non riusciva a inseguirlo con la vista, se non vedendo
soltanto [altro che] la fiamma (che lo avvolgeva) levarsi verso il
cielo [in sù salire], come una piccola nuvola:

così [tal] ciascuna fiamma si muove per la gola della bolgia [fosso] 
in modo tale che [ché] nessuna di esse mostra ciò che nasconde [’l
furto], mentre (in realtà) ogni fiamma nasconde [invola] un dannato.

Io mi ero drizzato in piedi [surto] sopra il ponte a guardare in
modo tale che, se non mi fossi afferrato a una roccia sporgente 
[ronchion], sarei caduto giù senza essere stato spinto [esser urto].

E la mia guida, che mi vide così interessato [atteso], disse: «Dentro
i fuochi si nascondono degli spiriti; ciascuno [catun] si fascia con
quella fiamma da cui è arso [incenso]»

Top